La tradizione e le prime fonti scritte
La prima testimonianza scritta della leggenda è solitamente attribuita a Raffaele Adimari, storico riminese che nel 1610 racconta di una traversata in barca con alcuni pescatori di ostriche, durante la quale, insieme ai molluschi, sarebbe stato recuperato dai fondali un quadrello, ovvero una pietra sagomata di tipo costruttivo riconducibile a una torre. Il riferimento, sebbene puntuale, lascia margini di interpretazione: Adimari non identifica la struttura, non ne fornisce datazione e si limita a constatare la natura non naturale della pietra.
Tra Sei e Settecento la leggenda si arricchisce di dettagli: la città viene descritta come di origine romana o bizantina, composta da colonnati, statue, edifici fortificati. Le cartografie settecentesche del litorale, in alcuni casi, collocano un riferimento toponomastico a Valbruna nelle acque al largo di Vallugola. Le fonti sono tardive rispetto alla presunta esistenza della città e prive di riscontri archivistici di età anteriore al Cinquecento.
In parallelo si sviluppa una seconda tradizione, riferita alla cosiddetta città di Conca, anch'essa indicata come sommersa, ma collocata in corrispondenza dell'attuale tratto di costa di Cattolica, dove una torre del castello di Monte Vici sarebbe stata inghiottita dalle acque o dai depositi alluvionali del fiume Conca. Le due leggende, talvolta confuse, restituiscono l'immagine di una costa percepita come instabile, in cui il mare avrebbe rivendicato porzioni di terra emersa.
Le ipotesi sulla scomparsa
La tradizione orale propone diverse ipotesi sulle cause della scomparsa di Valbruna. Le più frequenti sono:
- Un terremoto costiero con conseguente abbassamento della linea di riva, che avrebbe sommerso l'abitato in un evento improvviso.
- Una grande frana del versante del Monte San Bartolo, che avrebbe trascinato in mare la città edificata alla base della falesia.
- Un intervento umano: alcune versioni della leggenda attribuiscono il crollo a tagli sconsiderati operati nel VII secolo sul fianco della collina, che avrebbero compromesso l'equilibrio del rilievo.
- L'azione lenta dell'erosione marina, che nei secoli avrebbe gradualmente eroso e poi sommerso le strutture costiere.
Nessuna di queste ipotesi è suffragata da evidenze geologiche o storiche specifiche. La falesia del San Bartolo è in effetti soggetta a frane e a un arretramento medio dell'ordine di alcune decine di centimetri all'anno, ma una scomparsa improvvisa di un intero abitato resta priva di riscontro stratigrafico.
La lettura della ricerca storica
Le ricerche storiche più recenti hanno offerto una lettura alternativa, in particolare gli studi di Maria Lucia De Nicolò dell'Università di Bologna, dedicati ai porti del San Bartolo e alla genesi delle leggende costiere. Secondo questa interpretazione, l'osservazione di Adimari del 1610 è attendibile sotto il profilo del rinvenimento materiale, ma rinvia con ogni probabilità a strutture portuali tardomedievali e cinquecentesche oggi sommerse, riconducibili al sistema di scali della costa.
Un riferimento puntuale è la cosiddetta Punta della Valle, tratto di litorale di Cattolica che, a differenza del resto della costa romagnola, ha subito negli ultimi secoli un arretramento e ha perso terreno a favore del mare. Le pietre lavorate recuperate nei fondali sarebbero compatibili con i resti di moli, banchine o piccole fortificazioni del periodo malatestiano e roveresco, oggi disgregati e sepolti dai sedimenti.
Un secondo elemento di lettura riguarda i cosiddetti sassi di Valbruna, ovvero i blocchi di pietra di forma regolare che periodicamente vengono restituiti dal mare sulle spiagge della baia. Gli studi geologici li identificano come cogoli, blocchi di arenaria della formazione miocenica della falesia che, distaccatisi dai versanti, vengono modellati dal moto ondoso fino ad assumere geometrie regolari, suggestive ma di origine puramente naturale.
L'ipotesi attualmente più accreditata in ambito accademico è che Valbruna, come entità urbana sommersa, non sia mai esistita. Resta tuttavia plausibile che la leggenda si sia formata per la combinazione di tre fattori: il rinvenimento occasionale di reperti effettivamente sommersi, l'osservazione delle frane periodiche del versante e la suggestione del paesaggio della baia, in particolare il fenomeno ottico che da Gabicce Monte fa intravedere all'orizzonte rilievi che non corrispondono a entità reali.
Le ricerche subacquee
Le immersioni e le ricognizioni subacquee condotte nelle acque della baia hanno restituito materiali di varia natura: frammenti di anfore di età romana, ceramiche, laterizi, e pietre sagomate riconducibili a strutture portuali. Nessun rinvenimento ha tuttavia restituito un complesso edilizio coerente, una stratigrafia di abitato sommerso o evidenze cartografiche di una rete urbana. I reperti compatibili con strutture costruite sono dispersi, di cronologia varia e riconducibili a depositi accumulati lungo i secoli da naufragi, scarichi portuali e arretramenti della linea di riva.
Alcune escursioni in barca organizzate nella stagione estiva includono, tra i loro programmi, la sosta sulle aree di interesse e il racconto della leggenda con riferimento alle fonti storiche. Si tratta di proposte di divulgazione che restituiscono, in modo onesto, il quadro attuale: una tradizione affascinante, fonti tarde, nessuna evidenza di un abitato sommerso.
Il valore della leggenda
La permanenza della leggenda di Valbruna per oltre cinque secoli non si spiega con la sola memoria di un evento storico. Riflette piuttosto un tratto comune alle comunità costiere mediterranee: la consapevolezza che il mare, lungo i secoli, ha ridisegnato la geografia delle rive e ha sottratto luoghi all'abitato. In questo senso Valbruna appartiene alla famiglia delle leggende di città scomparse, presenti in molte tradizioni europee, e contribuisce alla costruzione del paesaggio culturale del litorale.
Per la baia di Vallugola, il mito ha un effetto pratico: alimenta la curiosità dei visitatori, mantiene vivo l'interesse per la storia della costa, e si intreccia con le evidenze archeologiche concrete senza prendere il loro posto. La distinzione tra l'elemento documentato e quello tradizionale è il primo passo per una conoscenza più piena del luogo.